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Anno
2004
Genere
dramma
In
scena
fino al 20 gennaio
Teatro Vascello | Roma
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Autore |
Vitaliano
Trevisan |
Regia |
Giuseppe
Marini |
Scene |
Antonio
Panzuto |
Costumi |
Gianluca
Falaschi |
Luci |
Pasquale
Mari |
Musica |
Marco Podda |
Interpreti |
Ugo
Pagliai,
Paola Gassman,
Paola Di Meglio, Alessandro Albertin |
Produzione |
Teatro
Stabile del Veneto |
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L’inverno
è caduto anche sul viso del grande scrittore. A poco
a poco ne ha rallentato i movimenti, strozzato il respiro, ridotto
la creatività a pochi fogli gettati nel cestino. Lo spazio
in cui si muove è assediato dai fantasmi delle donne
a lui più care (moglie e amante) che, come per uno scherzo
del destino, sono morte a pochi mesi di distanza, lasciandolo
solo in un mondo vuoto e privo di significato. In quest’angolo
desolato di terra dove il ritmo del cuore che perde i colpi
viene scandito da un metronomo, la parola non è più
il gesto che anima gli uomini, ma rivelazione dell’incapacità
di aderire ai sentimenti; un segno si frammenta in mille piccole
lettere che cadono dall’alto e diventa inguaribile ossessione.
Nulla di più tormentoso, se lo scrittore in questione
è Samuel Beckett, uno degli autori più amati e
rappresentati, interpretato in scena da Ugo Pagliai, ritratto
nei giorni che ne precedettero la scomparsa, avvenuta a Parigi
il 22 dicembre 1989. Scontroso, rabbioso, a tratti disperato,
Samuel ha le stigmate del personaggio tragicomico. Respira a
fatica, si perde nel groviglio inestricabile dei ricordi, si
accende una sigaretta, si versa un bicchiere di whisky, accenna
passi di danza subito abortiti per l’insorgere una nuova
crisi respiratoria, tenta senza successo di tagliarsi le unghie
dei piedi, si riattacca alla bombola dell’ossigeno, offre
cibo ai piccioni. In sua assenza il fantasma della moglie Suzanne
(chiusa beckettianamente all’interno di un armadio o di
un frigorifero) e quello dell’amante Billie, apparsa in
forma di lampada, conducono dialoghi sull’esistenza quotidiana
e sulle manie dell’uomo. Nella seconda parte entra in
scena il critico e saggista Knowson, intento a scandagliare
materiali inediti dello scrittore e ad inseguirne inutilmente
le ultime confuse frasi. Il sipario si chiude sul lento girotondo
dei due spettri intorno al sudario di Samuel, progressivamente
illuminato da una cascata di parole che, dall’alto, si
frantumano come stelle.
Il titolo dello spettacolo,
“Wordstar(s)”,
prende le mosse dal programma di videoscrittura che dominò
gli anni Ottanta per finire nel dimenticatoio con l’avvento
di Microsoft Word. L’autore Vitaliano Trevisan ha modellato
quest’opera nel 2004, in contemporanea con le riprese
di “Primo amore” di Matteo Garrone, di cui fu
protagonista. Ed è interessante notare come abbia attinto,
ma con originalità, al repertorio di Beckett: dalle
elucubrazioni senili dell’“Ultimo nastro di Krapp”
alle conversazioni di Minnie in “Giorni felici”,
dalla tetra attesa del trapasso di “Malone muore”
alla forza visionaria di “Non io”. Un discorso
a parte merita l’albero secco, illuminato con bravura
da Pasquale Mari, che campeggia in scena nella seconda parte,
richiamando alla memoria quello di “Aspettando Godot”.
Ugo Pagliai, che in carriera
si è confrontato a più riprese con l’opera
di Beckett (l’ultima volta nel 2011 assieme ad Eros
Pagni), veste i panni dello scrittore in maniera impeccabile,
accentuando il tono grottesco anche nei soliloqui più
tragici. L’attore restituisce la disperata goffaggine
dell’uomo che vive da solo i suoi ultimi momenti, che
urla contro il cielo e, al contempo, offre cibo ai piccioni
imitandone il verso. Paola Gassman, legata da oltre trenta
anni a Pagliai nella vita come sulla scena, è una Suzanne
che nei deliranti dialoghi con la rivale Billie (Paola Di
Meglio) evoca in maniera surreale gli amari tratti di una
lunga vita in comune. I giochi di luci di Pasquale Mari ampliano
o restringono la scena, offrendo il meglio allo spettatore
nella seconda parte. Minimalista ed efficace è la scenografia
di Antonio Panzuto. I costumi, che brillano per semplicità,
sembrano aderire perfettamente ai personaggi. Anche nella
scena finale, quando gli spettri delle due donne ondeggiano
attorno al letto di un Samuel ormai morto, vestiti di pomposi
abiti blu in stile vittoriano. Bravò a Giuseppe Marini.
[valerio refat]
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